Solocosebuone febbraio

È il 1432 e siamo al largo dell’Arcipelago di Lofoten, oltre il circolo polare artico, dove Piero Querini veleggia coi suoi sessantotto marinai. All’improvviso si scatena una tempesta. La nave è ingovernabile, il vento ruggisce, il mare si gonfia tentando di inabissare il mercantile e il suo equipaggio. «Alle scialuppe!» grida il capitano. Querini è l’ultimo a lasciare la sua imbarcazione. Mentre la tempesta si placa e lui trova rifugio sull’isola di Rost, vede la sua nave affondare e sparire con tutto il suo carico.
 
Quale scaltro mercante, nota immediatamente che gli abitanti si nutrono con un pesce a lui poco noto, sia fresco che salato, oppure essiccato e battuto al pallido sole artico. Incuriosito ed affascinato da questo animale e dal suo metodo di conservazione, Querini decide di ripartire per Venezia con un carico di stokvis (stoccafisso in olandese), pesce duro come il legno, che per essere consumato deve essere battuto con il roverso (legno).
 
Più di un secolo dopo, e precisamente durante il Concilio di Trento del 1563, viene sancito l’obbligo di astinenza dalla carne per duecento giorni e viene raccomandato come piatto di magro il mercoledì e il venerdì proprio lo stoccafisso. È in questo periodo che il merluzzo nordico viene consacrato a piatto della cucina italiana dal cuoco Bartolomeo Scappi, che lo inserisce all’interno del suo ricettario.
 
Se l’origine della parola stoccafisso è chiara, quella di baccalà, preferita dai veneti, è più nebulosa.
La teoria maggiormente accreditata fa derivare la parola dal portoghese bacalhau e dallo spagnolo bacalao, termini che trovano la loro etimologia nel latino baculus, bastone. Qualunque sia la sua etimologia e da qualunque posto arrivi, non ha molta importanza, perché per il Veneto doc non esiste aperitivo e nemmeno cicchetto senza un bel po’ di baccalà mantecato.
Quando è invalso l’uso di cucinare il baccalà nella maniera a noi più nota e conosciuta in tutto il mondo? "Si racconta che, nel 1269, i vicentini che tentavano l’assalto al castello di Montebello, difeso dai veronesi, alle guardie che gridavano altolà, rispondessero: oh, che bello, noi portiamo polenta e baccalà. E subito i veronesi, golosi, spalancarono il portone."

È noto che il baccalà lotta con Palladio per conquistare il trono di simbolo della città di Vicenza nel mondo. A Rost una delle più sperdute fra le isole Lofoten al largo della Norvegia, più di quattro secoli fa, (1432) naufragò la spedizione agli ordini del capitano veneziano Pietro Querini e lì, per un singolare effetto a lungo termine di quello sbarco avventuroso, oggi hanno Vicenza nel cuore. Il merito è degli stoccafissi che capitan Querini portò con sé rientrando a casa, e che a illuminati gastronomi vicentini ispirarono, previo opportuno trattamento la nascita del piatto chiamato baccalà, raccomandabile con polenta.
I vicentini videro nello stoccafisso una alternativa al costoso pesce fresco, oltretutto facilmente deperibile. Nell’ ottobre 1580,all’aprirsi dell’era palladiana, arriva a Vicenza Michel de Montaigne; Vicenza gli appare come una "grande città piena di palazzi gentilizi", ma niente di più. Nel suo celebre "Journal de Voyage en Italie", lascia un mediocre appunto su Vicenza, ma il suo entusiasmo letterario riprende fuoco solo per un pranzo in cui era incluso il famoso "piatto nazionale" dei vicentini: il baccalà.
 
È corretto fare una distinzione: i vicentini chiamano lo stoccafisso con il nome di Bacalà (con una c solamente), perché a Vicenza  quando si parla di Baccalà (con due c) ci si riferisce a quello salato non a quello secco. Pertanto lavorando e parlando del pesce secco, i vicentini lo chiamano Bacalà, altrimenti per baccalà si intenderebbe il pesce fresco e salato. Quindi ricordate: per i vicentini si usa dire “Bacalà alla Vicentina”.


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La ricetta del baccalà
 
 
 
 


 
 


 
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